Il Verme delle Alpi

......A proposito di sauri giganti è interessante analizzare la leggenda del “Verme delle Alpi” o Tatzelwurm (verme con le zampe) come viene chiamato dalle popolazioni di lingua tedesca. Questa leggenda è diffusa nell’arco alpino e il protagonista, questo misterioso essere, assume come spesso succede, diverse denominazioni a seconda delle località interesssate e comprendemti le regioni a confine  tra Italia, Svizzera tedesca ed Austria.

In Svizzera è conosciuto ad esempio con il nome di “Stollenwurm” o verme dei cunicoli o “Springwürm”, in Austria con “Birgstutzen”o  Bergstutz”.

L’aspetto attribuito a questo essere da quasi tutti i testimoni  (il criptozoologo svizzero Ulrich Magin ha ad esempio recensito circa quaranta avvistamenti dal settecento ai nostri giorni), è il seguente: una grossa lucertola con quattro zampe a tre dita, collo corto e tronco piuttosto robusto e tozzo, grande bocca con denti aguzzi, occhi ben visibili.

Le dimensioni vanno da sessanta centimetri ad un metro e mezzo e la coda non supererebbe un quarto della lunghezza totale.

La colorazione della pelle varia dal biancastro al bruno più o meno scuro, e c’è chi la descrive nuda , chi squamosa e chi provvista di un corto pelo.

Questo rettile criptico vivrebbe tra i 500 e i 2000 metri di altitudine passando gran parte della sua vita nascosto in grotte od anfratti.

Marcoenrico Manoni

 

L'osso del gigante

..... nella cittadina di Cornwell, nella regione dello Oxfordshire, venne ritrovato un grande frammento di osso pietrificato.

Il curioso reperto fu descritto per la prima volta in modo dettagliato nel 1676 dal reverendo Robert Plot, un serio naturalista e professore all’Università di Oxford, nonché primo conservatore dell’Ashmolean Museum, che pubblicò questa scoperta nel 1705 in  “Storia naturale dell’ Oxfordshire” (Il titolo originale completo era “The natural history of Oxford-shire: being an essay towards the natural history of England”)

L'oggetto ritrovato poteva essere considerato, con buona ragione, l'estremità di un osso lungo, probabilmente un femore, pietrificato appartenente ad un essere umano di dimensioni colossali.

In effetti, secondo la stragrande maggioranza degli studiosi dell'epoca, questa interpretazione non aveva nulla di stravagante: a quel tempo si riteneva infatti sufficientemente dimostrato dalla Bibbia, dalla mitologia greco-romana e dalla storia, l'esistenza in epoche precedenti di esseri giganti, quali i ciclopi.

Lo studioso inglese Brookes, sulla base di tali assunzioni, azzardò anche che tale reperto, a causa della sua indubbia forma (assomogliava ad un tozzo cilindro con una estremità bilobata) fosse un vero e proprio scroto pietrificato.

Venne definito addirittura con il nome "scientifico" di "Scrotum umanum".

Nei decenni successivi però sembrò ai più che queste  interpretazioni fossero in effetti un pò troppo azzardate.

In mancanza di prove contrarie però fu solo all’inizio dell’800 che si formularono altre ipotesi come quella che riteneva possibile l'appartenenza di un tale osso ad un animale di grosse dimensioni, forse un elefante portato in Inghilterra dai Romani.Finalmente e soltanto nel 1871, il geologo John Phillips riconobbe in questo reperto l'estremità del femore di un dinosauro, indicando la probabile appartenenza ad un tetrapode del genere Megalosaurus.

Marcoenrico Manoni

 
Il Drago dell'isola di San Giulio

Si tratta del famoso drago dell’isola di San Giulio, sul Lago D’Orta, un piccolo e incantevole specchio d’acqua a pochi chilometri dalla sponda occidentale del Lago Maggiore, in Piemonte.

Qui, si racconta, che nel primo medioevo, un terrificante mostro terrorizzava la popolazione locale tanto da impedire a chiunque di dimorare sulla piccola isola.

Secondo la leggenda il Santo sarebbe giunto sul Lago d’Orta nella seconda metà del quarto secolo, dopo essere fuggito dalla Grecia a causa delle persecuzioni contro i cristiani e dopo aver fondato nell’Italia settentrionale ben novantanove chiese.

Desideroso di porre piede sull’isolotto con lo scopo di fondare la sua centesima chiesa, il futuro San Giulio non trovò nessun abitante del luogo disposto ad accompagnarlo perché tutti avevano paura dei draghi e dei numerosi serpenti che infestavano le acque del lago.

Il Santo decise quindi di stendere il suo mantello sulle acque del lago per camminarvici sopra e giungere fino all’isola senza alcun problema.

Si narra che tutte le micidiali bestie vennero sconfitte e scacciate dalle acque del lago con la sola forza della parola e del gesto.

Si racconta anche che il drago rimase per un certo periodo sulle rive del lago e trovò rifugio nei pressi del piccolo golfo della Bagnera, in un antro che oggi viene chiamato “buco dell’orchera”.

L’incontro di San Giulio con il drago lacustre è stato immortalato anche in un affresco (Fig 1) che mostra il Santo sul suo mantello e, davanti a lui, numerosi serpenti (o un drago dalle molteplici teste) che spuntano dall’acqua.

Anche il mostro di San Giulio fa parte dell’inventario di storie che ogni popolo custodisce. Ma c’è un particolare inquietante che caratterizza questa leggenda: sulla stessa isola, appesa alla volta della Sacrestia della Basilica, è conservata tuttora, da ormai quattro secoli, una gigantesca vertebra che si dice appartenesse a qualche antico animale estinto. Che sia esso un tetropode terrestre o un grosso animale acquatico, rimane il mistero di questo fossile dalle dimensioni spropositate.

Marcoenrico Manoni

 

Mano di Bestia

Testimonianza di questi ritrovamenti, del loro mistero e della loro storia antica è il Monte San Giorgio, un ristretto territorio montuoso, che supera a malapena i 1000 metri di altezza e che è localizzato nella parte sud del Canton Ticino, in Svizzera, adiacente al confine italiano.

Questo territorio, lambito dalle acque del Lago di Lugano è noto per il ritrovamento di eccezionali e importanti reperti paleontologici distribuiti in cinque-sei livelli fossiliferi che comprendono un periodo che va dai 200 ai 245 milioni di anni fa.

In questo territorio, che oggi è patrimonio mondiale dell’UNESCO, sono venuti alla luce, a partire dalla metà del 1800, migliaia di esemplari fossili, tra cui almeno 30 distinte specie di rettili, più di 80 specie di pesci e centinaia di invertebrati e altri microscopici organismi.

Questo sito, per le sue caratteristiche e i suoi ritrovamenti, è diventato una delle più importanti e riconosciute località al mondo per lo studio della fauna fossile del periodo del Triassico medio.

Nulla di particolarmente strano quindi se da questo luogo si sono diffuse storie di animali misteriosi e improbabili la cui natura è ancora oggi sotto indagine o è stata risolta solamente dagli ultimi studi scientifici.

Gli stessi studi, compiuti nell’area del Monte San Giorgio hanno permesso inoltre di confutare e di chiarire il mistero di certe leggende.

Una di queste, la cosiddetta “mano di bestia” si basava su osservazioni assolutamente reali.

Nel corso della prima metà dell’800 furono rinvenute in varie parti dell’Europa delle strane impronte fossili. In un primo tempo queste impronte furono attribuite ad un animale cui si diede il nome scientifico di “Chirotherum” che tradotto dal greco significa appunto “mano di bestia”.

Successivamente, verso la fine dell’800 si diede una nuova versione “scientifica” dell’enigma. Dato che queste impronte erano molto simili a quelle lasciate da una mano, con la chiara evidenza di un palmo e delle cinque dita, si pensò di attribuirle ad una nuova specie di primate che venne chiamato “Paleopithecus”.

Dovette passare circa un secolo ancora per rilevare la vera natura di quell’essere misterioso.

Fu proprio negli anni ‘60 del ‘900 che durante gli scavi a monte San Giorgio e a Besano, una località vicina, che vennero alla luce numerosi resti di un rettile estinto, vissuto nel Triassico medio, circa 230 milioni di anni fa.

Questo rettile, simile ad un coccodrillo ma dotato di zampe muscolose poste direttamente sotto il corpo, che gli permettevano quindi veloci movimenti sulla terra ferma, presenta le sue estremità perfettamente combacianti con le impronte lasciate dall’enigmatico essere. Al fossile è stato dato il nome di Ticinosuchus ferox, ma è più familiarmente conosciuto come Ticinosauro.

Marcoenrico Manoni